Nel punto più alto del borgo antico, affacciato sul Belvedere Tombola, il Castello Guevara domina Savignano Irpino e racconta il legame secolare tra il paese, il territorio e la sua comunità. Nato in età normanna come parte del ‘Castrum Sabinianum’, ebbe inizialmente una funzione militare e difensiva, per poi trasformarsi in residenza signorile. Nel XV secolo passò alla famiglia Guevara, dalla quale deriva il nome ancora oggi custodito nella memoria collettiva. Grazie agli interventi promossi dall’Amministrazione comunale, il Castello torna a essere un luogo aperto alla comunità e alla valorizzazione culturale e turistica del territorio. Al suo interno prende forma il Museo Multimediale della Memoria e dei Saperi: un percorso dedicato alla storia sociale e culturale di Savignano Irpino e dell’Alta Valle del Cervaro. Fotografie, documenti, testimonianze, voci, paesaggi e filmati costruiscono un racconto corale nel quale la tecnologia rende vivi e accessibili i saperi del passato. Il Castello diventa così una soglia tra memoria e futuro, dalla quale iniziare un viaggio nei luoghi e nell’identità del territorio.
La storia di Savignano Irpino attraversa i secoli tra trasformazioni, ferite e rinascite. Frequentato fin dalla preistoria, il territorio entrò in età romana nella rete di collegamenti tra Aequum Tuticum e Vibinum. Nel 988 compare il nome Castrum Sabinianum; in epoca normanna il castello divenne il cuore difensivo del borgo. Svevi, Angioini, Spinelli, Sforza e Guevara ne segnarono la storia, mentre la Strada Regia rafforzò il collegamento tra Irpinia e Puglia. Tra Settecento e Ottocento il paese si ampliò, si consolidarono culti e tradizioni e nacque la profonda devozione per Sant’Anna. Emigrazione, guerre e terremoti modificarono edifici e vita collettiva senza spezzare il legame con le origini. Oggi il recupero del Castello Guevara, degli edifici sacri e delle tradizioni testimonia la volontà di custodire e condividere questo patrimonio. Nel Museo, il tempo non è una successione di date, ma memoria viva: il racconto di una comunità capace di riconoscersi nel passato e guardare al futuro.
Per lungo tempo, a Savignano Irpino, la vita ha seguito il ritmo della terra. Il lavoro agricolo non era soltanto un mezzo di sostentamento, ma il fondamento della comunità: scandiva le giornate, regolava le relazioni e custodiva conoscenze tramandate tra le generazioni. L’aratura e la semina del grano aprivano l’anno agricolo; seguivano la raccolta delle olive e i lavori invernali nelle case, dove si intrecciavano vimini e si realizzavano ceste e utensili. In primavera si preparavano gli orti, mentre l’estate portava la fatica della mietitura e della pisatura. Dal grano nasceva il pane, alimento essenziale e simbolo del lavoro compiuto. La terra insegnava l’attesa, la misura e la condivisione, rendendo necessari la collaborazione e il mutuo aiuto. Macchine e nuove tecnologie hanno trasformato l’agricoltura, favorendo la zootecnia, l’apicoltura e la valorizzazione dell’olio di Ravece. Eppure, il legame con la terra continua a vivere. Nel Museo, ogni strumento, raccolto e gesto racconta una cultura fondata sulla fatica, sull’autonomia, sul rispetto e sulla cura del paesaggio.
Nelle comunità rurali la vita seguiva il ritmo ciclico delle stagioni, della semina, del raccolto, della cura degli animali e delle ricorrenze. Il tempo non era una successione lineare, ma un movimento continuo intorno al quale si organizzavano il lavoro, la famiglia e la comunità. Ogni attività aveva uno scopo essenziale: assicurare il necessario per vivere. In questo mondo gli oggetti erano compagni silenziosi della quotidianità e testimoni dell’ingegno di uomini e donne abituati a essere autosufficienti. L’artigiano coltivava il proprio orto, mentre il contadino, durante l’inverno, lavorava il legno e intrecciava vimini per realizzare ceste, panari e fascelle. Ogni utensile aveva una funzione precisa: era semplice, resistente, costruito per durare ed essere riparato. Una sedia veniva nuovamente impagliata, una pentola ristagnata. Non esisteva la cultura dello spreco, perché dietro ogni oggetto c’erano tempo, fatica e sacrificio. Oggi molti di questi strumenti non sono più utilizzati, ma continuano a vivere nelle case e nei ricordi: frammenti di memoria di un mondo capace di costruire, con poco, tutto il necessario.
Entrare nell’area dedicata ai saperi e alle memorie significa avvicinarsi alla parte più intima di Savignano Irpino, costruita attraverso il lavoro, l’esperienza e il rapporto con la terra. Il sapere nasceva dall’osservazione delle stagioni, dalla cura degli animali e da gesti tramandati mediante le mani, le parole e l’esempio. Ogni famiglia cercava di produrre ciò che occorreva per vivere: grano, legumi, ortaggi, frutta e foraggio. Il grano diventava pane e pasta; dal latte nascevano ricotte, scamorze e caciocavalli; l’orto garantiva autonomia e provviste per l’inverno. Nulla veniva sprecato e da questa necessità prendeva forma una cucina semplice, ingegnosa e legata ai cicli della natura. Oggi la coltivazione della Ravece e la produzione dell’olio esprimono continuità, pazienza e rispetto per il territorio. Questi saperi vivono nei nomi dialettali, negli strumenti, nelle ricette, nei racconti e nelle fotografie che documentano feste, lavori, terremoti e partenze. Nel Museo, terra e ricordo si incontrano: conservare questa eredità significa riconoscere ciò che ha formato la comunità e trasmetterlo alle generazioni future.
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